Negli ultimi anni, tra i giovani e i giovanissimi si parla sempre più spesso di un fenomeno silenzioso: l’hikikomori. Il termine – di origine giapponese – descrive quel profondo ritiro sociale, spesso protratto nel tempo, in cui una persona si isola quasi completamente nella propria casa, evitando contatti sociali, lavoro e scuola, e riducendo le interazioni anche con l’esterno al minimo indispensabile.
Cosa significa “hikikomori”
Non si tratta semplicemente di una fase di chiusura o di una timidezza accentuata: per essere definito tale, il ritiro sociale deve durare almeno sei mesi, con una compromissione della vita quotidiana.
Spesso l’hikikomori resta nella propria stanza o nella casa di famiglia, interagisce poco (se non per via digitale), rinuncia a frequentare la scuola o il lavoro, e perde progressivamente abilità relazionali.
È importante sottolineare che l’hikikomori non è (in molti casi) un disturbo psichiatrico autonomo: può convivere con depressione, ansia, disturbi ossessivi, fobie sociali, ma non sempre questi ne sono la causa primaria.
Perché accade, fattori in gioco
La nascita e la persistenza dell’hikikomori sembra dipendere da un intreccio complesso di fattori:
-
Pressione sociale e aspettative elevate: nel modello giapponese originario (ma con paralleli anche in altri paesi), il successo accademico e professionale esercita un forte peso su adolescenti e giovani adulti.
-
Bassa tolleranza alla frustrazione e al fallimento: il confronto con i pari, il timore di non essere “abbastanza” possono generare blocchi profondi.
-
Dinamiche familiari: relazioni troppo protettive, difficoltà comunicative, abitudini che “accompagnano” il ritiro piuttosto che “sfidarlo”.
-
Dipendenza da tecnologie: l’uso massiccio di internet, videogiochi e social media può “sostituire” interazioni reali e rendere più facile e comodo restare dietro uno schermo.
-
Comorbidità psicologica: in molti casi, depressione, ansia sociale o altri disturbi affiancano il ritiro, rendendo più difficile la ripresa.
Le conseguenze umane
Per chi vive l’esperienza dell’hikikomori, il tempo si dilata, le prospettive si affievoliscono, e ogni stimolo esterno può diventare un ostacolo insormontabile. Spesso le persone sperimentano:
-
senso di vergogna e colpa
-
aumento dell’ansia e del senso di inadeguatezza
-
perdita di competenze sociali
-
difficoltà a “riavviare” la propria vita (studio, lavoro) anche dopo il ritiro
-
effetti pesanti per la famiglia: genitori che si sentono impotenti, isolati, colpevoli o stigmatizzati
In molti casi, le famiglie – stanche, scosse, costrette a mediare ogni minimo contatto – sono le prime “terapeutiche” informali, ma spesso sprovviste di strumenti adeguati.
In Italia: quanto sappiamo
Non abbiamo dati certi e definitivi, ma alcune stime suggeriscono che il fenomeno sia presente anche in Italia. Secondo fonti italiane, si parlerebbe di decine di migliaia di casi, o comunque di numeri non trascurabili.
Il fenomeno rimane in gran parte sommerso: molte famiglie non fanno denuncia, non cercano aiuto, spesso per vergogna o per mancanza di consapevolezza.
Come intervenire
Il percorso d’uscita dall’hikikomori è quasi sempre graduale e richiede un intervento su più fronti:
-
Accoglienza e ascolto — un approccio senza giudizi, paziente, che non costringa il soggetto, ma lo stimoli delicatamente a piccoli passi.
-
Terapia psicologica — individuale e familiare, per affrontare paure, blocchi, dinamiche relazionali.
-
Interventi psicosociali — laboratori, attività graduali di reinserimento, percorsi formativi, attività di mediazione sociale.
-
Supporto scolastico/lavorativo — favorire il ritorno alla scuola, all’istruzione, con modalità flessibili; accompagnare verso forme di impiego adeguate.
-
Intervento precoce — riconoscere segnali prima che l’isolamento diventi cronico è cruciale.
-
Coinvolgimento della comunità e delle istituzioni — reti territoriali, centri socio-educativi, servizi pubblici.
Il grande “nemico” è il tempo: quanto più il ritiro dura, tanto più diventa radicato e difficile da superare.
La legge in Puglia: la prima in Italia
Di recente la Regione Puglia ha approvato la Legge regionale n. 8/2025, intitolata “Disposizioni in materia di ritiro sociale: Hikikomori”.
È stata presentata come la prima legge regionale in Italia dedicata al fenomeno degli hikikomori, rivolta a giovani tra i 14 e i 30 anni che manifestano ritiro sociale prolungato.
Cosa prevede la legge
Ecco i punti salienti:
-
Definizione e criteri: la legge definisce la condizione di ritiro sociale come rifiuto protratto (almeno sei mesi) di partecipazione sociale, scolastica e lavorativa, mantenendo relazioni solo con parenti stretti o via Internet.
-
Interventi educativi e formativi: promozione e sostegno di percorsi formativi e laboratoriali per chi si trova in condizione di ritiro sociale, con l’obiettivo di prevenire l’abbandono scolastico e garantire il diritto allo studio.
-
Collaborazione con sistema scolastico e psicologia scolastica: gli interventi sono pensati in raccordo con scuole, enti formativi, servizi educativi e il servizio di psicologia scolastica.
-
Percorsi di inserimento lavorativo: in collaborazione con i Centri per l’Impiego, sono previsti percorsi di accompagnamento al lavoro per chi ha vissuto il ritiro sociale.
-
Consulta regionale sul ritiro sociale: istituzione di una Consulta che dovrà monitorare l’andamento del fenomeno in Puglia, individuare nuovi bisogni e verificare l’applicazione degli strumenti previsti.
-
Risorse finanziarie: per il 2025 è prevista una dotazione iniziale di 230.000 euro per le attività previste.
-
Formazione del personale: formare dirigenti scolastici, docenti e operatori educativi, sociali e sanitari sul tema del ritiro sociale.
Limiti e sfide
Anche se si tratta di un passo importante, la legge presenta sfide e punti critici:
-
Risorse modeste: 230.000 euro non sono una cifra significativa su scala regionale per affrontare un fenomeno che può essere diffuso.
-
Implementazione pratica: servono protocolli chiari, personale formato, tempi certi, coordinamento tra vari soggetti (scuola, sanità, associazioni)
-
Soglia d’età: la legge copre 14-30 anni, ma il fenomeno può riguardare anche persone più grandi (in casi di ritiro protratto).
-
Rendere il fenomeno visibile e riconoscibile: molte famiglie o individui non si riconoscono come “hikikomori”, e rischiano di rimanere al margine anche di questa legge.
-
Per non patologizzare tutto: è importante mantenere uno sguardo critico per distinguere tra fasi transitorie (es. adolescenti che attraversano momenti di chiusura) e ritiro profondo e cronico.
Significato simbolico
La legge pugliese ha un valore simbolico forte: è la prima regione italiana a legiferare sul tema, e può diventare modello per altre realtà regionali.
Se riuscisse a tradursi concretamente in interventi efficaci, potrebbe contribuire a “prendere per mano” chi si è perso nell’ombra del ritiro sociale, ridare visibilità al disagio, e promuovere modelli di intervento territoriali replicabili.







